Non più interventi calati dall'alto ma accompagnamento, formazione e costruzione di capacità locali. È questo il messaggio emerso dal workshop “Perché un nuovo paradigma per gli aiuti ai Paesi a basso reddito”, ospitato il 10 giugno all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e promosso nell'ambito del forum Ubuntu, nato per riflettere sulle ragioni della limitata efficacia di molti programmi di cooperazione internazionale.
L'iniziativa ha riunito accademici, esperti di sviluppo, operatori della cooperazione, rappresentanti della Chiesa e professionisti della salute con l'obiettivo di individuare nuove strategie capaci di favorire uno sviluppo realmente sostenibile nelle aree più vulnerabili del pianeta.
Ad aprire i lavori è stata Sandra Corsi della FAO, che ha invitato a superare una visione assistenzialistica dello sviluppo. Pur riconoscendo i progressi registrati negli ultimi decenni nella riduzione della povertà e della mortalità infantile, Corsi ha sottolineato come molti programmi abbiano prodotto risultati inferiori alle aspettative perché incapaci di lasciare competenze e istituzioni solide una volta conclusi i finanziamenti. Il vero investimento, ha spiegato, non consiste nel trasferimento di risorse, ma nella costruzione di sistemi capaci di funzionare autonomamente nel tempo.
Una riflessione ripresa anche dal professor Marco Caselli dell'Università Cattolica, che ha evidenziato come il concetto stesso di “aiuto” rischi di generare relazioni sbilanciate tra chi dona e chi riceve. Più che di aiuti, ha sostenuto, occorre parlare di cooperazione, basata sull'ascolto reciproco, sulla corresponsabilità e sul rispetto dell'autonomia delle comunità locali.
Dal continente africano è arrivato il contributo di Edoardo Occa di Medici con l'Africa CUAMM, che ha richiamato il valore dell'Ubuntu – “io sono perché noi siamo” – come espressione di un forte senso comunitario ancora presente in molte società africane. Una risorsa preziosa per affrontare sfide globali come le disuguaglianze, le migrazioni, il cambiamento climatico e la trasformazione tecnologica.
Al centro del dibattito anche il ruolo dell'educazione. Domenico Simeone ha ricordato come lo sviluppo non possa essere ridotto alla sola crescita economica o all'introduzione di nuove tecnologie. La formazione di leader preparati, responsabili e orientati al bene comune rappresenta una condizione essenziale per costruire società inclusive e democratiche. In questa prospettiva, l'educazione diventa strumento di emancipazione e leva per uno sviluppo umano integrale.
Sul versante agroalimentare, il professor Giuseppe Bertoni – direttore del Centro C3S – ha posto l'attenzione sulla necessità di comprendere a fondo la realtà socio-culturale delle popolazioni rurali prima di introdurre innovazioni tecniche. Secondo il docente, molti progetti hanno fallito proprio perché hanno trascurato aspetti quali tradizioni, livello educativo e atteggiamento verso il cambiamento. Da qui la proposta di un nuovo paradigma che integri innovazione, organizzazione e formazione-educazione, coinvolgendo non soltanto i giovani ma anche gli adulti.
La dimensione economica è stata affrontata dal professor Mario Molteni, fondatore di E4Impact, che ha raccontato sedici anni di esperienza nella promozione dell'imprenditorialità africana. Favorire la nascita di imprese locali, ha osservato, significa confrontarsi con sfide complesse: garantire qualità formativa, rendere accessibili i programmi, valorizzare le idee nate nei territori e creare opportunità che consentano alle persone di scegliere se restare o emigrare in condizioni dignitose.
Particolarmente significativa la tavola rotonda dedicata al modello C3S (Cibo Sufficiente, Sicuro e Sostenibile), sviluppato dall'Università Cattolica in collaborazione con partner locali. Don Roger Nyembo ha illustrato l'esperienza del centro pilota di Cabinda, nella Repubblica Democratica del Congo, dove attività agricole, allevamento, formazione tecnica e sperimentazione contribuiscono a migliorare il reddito e l'autonomia delle famiglie. Analoga testimonianza è arrivata dal Burundi con André Ndereymana, che ha presentato il caso Buslin come esempio di sviluppo fondato su associazionismo, formazione e responsabilizzazione delle comunità.
Il professor Vincenzo Tabaglio ha poi sintetizzato l'approccio dei Centri C3S attraverso tre parole chiave: presenza, fiducia e accompagnamento. Lo sviluppo, ha evidenziato, non nasce dall'assistenza episodica ma da relazioni continuative capaci di valorizzare il protagonismo delle persone e delle comunità.
Una riflessione antropologica è stata proposta da don Roberto Maier, che ha richiamato l'insegnamento di Papa Leone XIV sul riconoscimento dei poveri come soggetti capaci di generare cultura. Per questo ogni processo di innovazione dovrebbe essere costruito insieme alle comunità interessate, evitando che la tecnologia venga imposta secondo logiche esclusivamente tecnocratiche.
Infine, il professor Carlo Torti, del Policlinico Gemelli, ha affrontato il tema della stretta relazione tra malnutrizione e malattie infettive. Spezzare questo circolo vizioso richiede interventi integrati che coinvolgano salute, agricoltura, ambiente ed educazione, secondo l'approccio One Health.
Dalle conclusioni del workshop emerge una convinzione condivisa: il futuro della cooperazione internazionale passa attraverso un cambio di prospettiva. Occorre investire nella formazione dei giovani e degli adulti, rafforzare le competenze locali, favorire il protagonismo delle comunità e costruire relazioni di lungo periodo. In altre parole, lavorare con l'Africa e non per l'Africa, trasformando l'aiuto in un percorso di crescita condivisa e di autentico sviluppo umano.
