La qualità dell’aria e la lotta al cambiamento climatico sono sfide che richiedono risposte fondate sulla conoscenza scientifica e sulla capacità di intervenire sulle cause dei fenomeni anche grazie a ricerca e innovazione. La zootecnia è chiamata a fare la propria parte, in particolare per il metano emesso dai bovini durante i processi digestivi e l’ammoniaca rilasciata durante lo stoccaggio delle deiezioni animali.
Ma affrontare il tema delle emissioni degli allevamenti significa andare oltre le semplificazioni e valutare la sostenibilità sotto il profilo socio-economico, etico, nutrizionale e naturalmente ambientale. I bovini, infatti, non sono semplicemente animali che impattano sull’ambiente: grazie al particolare adattamento digestivo sono in grado di trasformare foraggi, cellulosa e sottoprodotti agroindustriali – risorse che l’uomo non può utilizzare direttamente come alimento – in latte e carne ad alto valore nutrizionale. Un ruolo di particolare importanza nell’ottica dell’economia circolare e della dieta umana.
Metano, un gas climalterante
Il primo problema importante è costituito dal metano, soprattutto per il suo rilevante potere climalterante, molto più elevato dell’anidride carbonica. Peraltro, il metano rappresenta una perdita energetica della dieta assunta dall’animale: una parte dell’energia viene infatti dispersa sotto forma di gas enterici durante le fermentazioni e quindi non può essere utilizzata per la produzione o per le funzioni vitali. Intervenire per migliorare le fermentazioni ruminali può quindi produrre un duplice beneficio: diminuire le emissioni e, allo stesso tempo, migliorare l’efficienza biologica dell’allevamento. «La mitigazione della emissione di metano bovino non può tuttavia essere considerata una semplice questione di modulazione microbica – sottolinea il professor Erminio Trevisi, Ordinario di Zootecnica generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore di IRCAF. La vera sfida è rendere gli allevamenti sempre più efficienti sostenibili e con misurazioni trasparenti, garantendo il benessere delle bovine attraverso una combinazione di nutrizione di precisione, innovazione tecnologica, selezione genetica, elevati standard sanitari e una gestione efficace delle deiezioni nello stoccaggio e nella distribuzione agronomica».
Ammoniaca e polveri sottili
Gli allevamenti zootecnici sono tra le principali fonti antropiche di ammoniaca (NH₃). Una volta emessa nell'atmosfera, l'ammoniaca reagisce con altri composti, ovvero i nitrati emessi da automezzi e caldaie, contribuendo a formare particolato fine secondario (PM2.5), uno degli inquinanti responsabili di effetti nocivi sulla salute respiratoria e cardiovascolare. Per questo motivo il miglioramento della gestione degli allevamenti, l'innovazione nelle tecniche di alimentazione animale e una gestione più efficiente dei reflui rappresentano strumenti fondamentali per ridurre contemporaneamente le emissioni di gas serra e l'inquinamento atmosferico. Questi interventi sono inoltre utili per abbattere le emissioni di gas serra provenienti dalle coltivazioni, in quanto trattenendo l’azoto nelle deiezioni si garantirebbe una maggiore disponibilità del nutriente per la crescita delle colture vegetali, risparmiando l’uso di concimi di sintesi, la cui produzione è assai onerosa in termini di emissioni ambientali.
Più efficienza e più conoscenza per produrre meglio
Il miglioramento dell’efficienza rappresenta una delle principali leve sulle quali intervenire, ma valutando tutti gli aspetti coinvolti nei sistemi di allevamento. Negli ultimi decenni, nei sistemi zootecnici dei Paesi sviluppati, l'aumento delle performance produttive, l’attenzione alla nutrizione e alla gestione degli animali hanno contribuito a ridurre le emissioni per unità di prodotto in un modo enorme. In Italia, in particolare, il numero di bovini allevati è in costante calo (-44% dal 1960) e le emissioni provenienti dai bovini da quando sono misurate (1990) sono diminuite del 15,6%.
Alla base di questo percorso ci sono animali migliorati geneticamente, più sani, razioni formulate con maggiore precisione, una migliore qualità dei foraggi e una gestione più attenta delle diverse fasi dell’allevamento. Tecniche agronomiche più avanzate, che hanno consentito di ridurre la lignina, la maggiore digeribilità delle foraggere, e il miglioramento dei sistemi di conservazione dei foraggi hanno contribuito a rendere più efficienti le fermentazioni ruminali e, quindi, a diminuire la produzione di metano.
Un ruolo crescente in tale miglioramento è svolto dalla Precision Livestock Farming, che attraverso sensori, sistemi di monitoraggio e strumenti digitali consente di seguire in modo continuo lo stato di salute, l’alimentazione e il comportamento degli animali. Intercettare precocemente problemi sanitari o metabolici significa infatti ridurre stress e malattie, migliorare il benessere e utilizzare in maniera più efficiente le risorse.
Tra le prospettive di ricerca rientra anche la selezione genetica di animali naturalmente meno emissivi. Esiste infatti una variabilità individuale nella produzione di metano e una componente ereditaria di questa caratteristica che potrebbe essere utilizzata nei programmi di selezione. Ma sono allo studio anche ricerche per sviluppare vaccini capaci di contrastare i microrganismi metanogeni del rumine o di modificare il microbiota ruminale con specifici probiotici.
La strada promettente: ingredienti capaci di inibire le emissioni di metano
La ricerca sta concentrandosi sulle strategie alimentari capaci di intervenire direttamente sulla produzione di metano nel rumine. Tra le soluzioni più promettenti figura il 3-nitroossipropanolo (3-NOP), una sostanza in grado di interferire con specifici enzimi coinvolti nella metanogenesi. Studi sperimentali condotti anche con diete per bovine da latte tipiche dell’Italia settentrionale hanno evidenziato riduzioni che sfiorano il 50% delle emissioni.
Il 3-NOP rappresenta oggi una delle opzioni più solide, ma la ricerca deve continuare per assicurare l’efficacia nelle diverse condizioni di allevamento. I risultati ottenuti in condizioni controllate, infatti, non sempre si trasferiscono automaticamente alla complessità delle realtà aziendali. Ci sono discussioni in merito se sia opportuno un’applicazione generalizzata, ma la vera problematica riguarda su chi debba ricadere l’onere di questi interventi, dato che tali ingredienti hanno un costo senza ripercussioni positive su performance e qualità delle produzioni che possano giustificare il loro acquisto. Rappresentando un costo supplementare per gli allevatori, il loro impiego penalizzerebbe la sostenibilità economica delle imprese in mancanza di un riconoscimento sul prezzo di vendita del prodotto. Un altro fattore che interferisce con la metanogenesi è l’impiego di alcune alghe, come Asparagopsis taxiformis, contenenti bromoformio, capace di inibire la produzione di metano. In questo caso, però, sono emerse criticità legate alla scarsa costanza dell’effetto ed al trasferimento di bromo, iodio e bromoformio nel latte al di sopra dei limiti sanitari consentiti.
Non meno bovini, ma allevamenti migliori
Il tema della qualità dell’aria e della sostenibilità degli allevamenti porta dunque a una conclusione importante: ridurre il numero degli animali non significa ridurre l’impatto ambientale della produzione di cibo per l’umanità. La produzione di alimenti, vegetali o animali, determina emissioni e la loro entità va riferita al tipo di nutrienti prodotti da includere in una dieta bilanciata per la popolazione umana. Per questa ragione dobbiamo migliorare i sistemi di valutazione di impatto nei sistemi di produzione agroalimentare, passando dal LCA (Life Cycle Assessment) al nLCA (Nutritional LCA). Inoltre, nei sistemi meno efficienti la produzione di una stessa quantità di alimento destinato all’uomo richiede più risorse ed è associata a emissioni più elevate, il confronto tra sistemi zootecnici nei paesi ad alto e basso reddito è assai significativa e mostra come essere più efficienti aiuterà a ridurre in modo enorme il numero di animali allevati.
Per questo la strategia più equilibrata è quella dell’intensificazione sostenibile proposta dalla FAO: produrre meglio, con animali sani e in condizioni di benessere, utilizzando razioni più efficienti, tecnologie di precisione e soluzioni antimetanigene validate scientificamente.
La Giornata internazionale dell’Aria pulita per cieli blu diventa così anche un’occasione per ricordare che la sostenibilità non può essere costruita attraverso contrapposizioni ideologiche. Richiede invece dati, ricerca, innovazione e capacità di misurare concretamente gli effetti delle tecnologie e soluzioni introdotte per procedere verso le soluzioni più sostenibili.
«La sfida non è eliminare i bovini dai sistemi alimentari, ma renderli parte di una zootecnia più efficiente ed ecocompatibile, considerato il loro ruolo fondamentale nella dieta umana e nei sistemi agricoli circolari e sostenibili», conclude Trevisi. È proprio su questa capacità di migliorare continuamente i sistemi produttivi che si gioca una parte importante del futuro della zootecnia mondiale e del suo contributo a un ambiente più sostenibile.
