Martina: il Sudan, una crisi umanitaria dimenticata

In un intervento su Avvenire, Maurizio Martina, direttore generale aggiunto della FAO, denuncia come in Sudan si stia consumando la più grande crisi umanitaria contemporanea, e senza l’attenzione internazionale che meriterebbe. Una tragedia quotidiana che, come osserva Martina, viene spesso trattata come una crisi lontana e intermittente. La carestia è già stata dichiarata in cinque aree del Paese e potrebbe estendersi ulteriormente, colpendo centinaia di migliaia di persone. Abbiamo approfondito questi scenari con Maurizio Martina, riflettendo anche sul ruolo che l'Università Cattolica può giocare rispetto a sfide globali di questa portata.

Dottor Martina, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha una forte vocazione di cooperazione allo sviluppo, basti pensare al Piano Africa presentato ufficialmente dal rettore Elena Beccalli a gennaio 2025. Nell’attuale situazione sudanese, potrebbe esserci spazio per una collaborazione tra l’Ateneo e istituzioni o organizzazioni di quell’area?
La situazione in Sudan rimane estremamente grave e continua a deteriorarsi, con implicazioni umanitarie, alimentari e di protezione di portata straordinaria. Il Paese affronta oggi una delle crisi più complesse della sua storia recente: quasi 25 milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta e oltre 33 milioni necessitano di assistenza umanitaria. Tale scenario è aggravato dall’intensificarsi del conflitto, dagli sfollamenti su larga scala e dal collasso della produzione agricola, elementi che minacciano la sopravvivenza stessa di milioni di famiglie.
In un contesto così fragile, identificare spazi di collaborazione può sembrare difficile, ma è anche estremamente significativo. Proprio l’estrema vulnerabilità delle comunità coinvolte rende fondamentale esplorare forme di cooperazione adattate al contesto, basate su un approccio graduale, complementare e costruito insieme agli attori presenti sul territorio.
L’esperienza richiamata dal Piano Africa proposto dal rettore Elena Beccalli rappresenta un modello rilevante: collaborare attraverso partenariati radicati nelle istituzioni locali, lavorando in modo partecipativo e rispettoso delle priorità nazionali, oltre che in coordinamento con le organizzazioni internazionali già operative nel Paese. Un approccio basato sulla reciprocità, e non su interventi esterni calati dall’alto, è essenziale per costruire iniziative efficaci e sostenibili.
Naturalmente, non si possono ignorare i limiti attuali. Le condizioni di sicurezza restano instabili e l’accesso umanitario è spesso compromesso. Queste difficoltà incidono sulla capacità operativa di chiunque voglia intervenire. Tuttavia, proprio per questo, è necessario rafforzare gli sforzi congiunti: sostenere chi è maggiormente colpito, assicurare che gli aiuti raggiungano le famiglie in difficoltà e proteggere quei sistemi agricoli – grandi o piccoli – che rappresentano la base della resilienza locale.
In questo scenario, l’Università Cattolica potrebbe contribuire con un ruolo agile e adattabile, in linea con ciò che la situazione permette. Le possibilità spaziano da forme di collaborazione tecnica con partner già operativi nel Paese, a programmi di formazione per giovani, funzionari e operatori locali, anche attraverso strumenti digitali. Potrebbero inoltre essere forniti contributi scientifici su agricoltura, sicurezza alimentare e gestione delle crisi, oltre al supporto per rafforzare le capacità delle istituzioni e delle comunità.
Si tratterebbe di un contributo che, pur indiretto, avrebbe un impatto concreto: accompagnerebbe gli sforzi in atto senza sovrapporsi, valorizzando ciò che è già presente e aiutando a costruire percorsi duraturi.
In sintesi, anche in un contesto segnato da profonde instabilità, esiste ancora uno spazio per collaborare in modo significativo. A patto che gli interventi siano calibrati sul contesto, coordinati con gli attori che operano sul terreno e orientati a rafforzare nel tempo l’autonomia e la resilienza delle comunità sudanesi. È su queste basi che qualsiasi iniziativa può offrire un sostegno reale alla popolazione e contribuire alla tutela dei mezzi di sussistenza da cui dipende il futuro del Paese.
 
Lei conosce bene Unicatt, e in particolare la Scuola di dottorato AGRISYSTEM che esprime alte competenze nei diversi campi dell'agrifood, in quali aree tecnico-scientifiche vedrebbe dunque possibili attività di cooperazione?  
Guardando all’esperienza dell’Università Cattolica e, in particolare, al lavoro della Scuola di dottorato AGRISYSTEM, emergono con chiarezza diverse opportunità di collaborazione che possono contribuire concretamente al rafforzamento dei sistemi agroalimentari nei contesti più fragili. Si tratta di ambiti in cui le competenze accademiche possono affiancare e completare gli sforzi già in corso, rispondendo alle esigenze che oggi caratterizzano molte crisi, incluso il caso sudanese.
Un primo ambito riguarda la sicurezza alimentare e il sostegno ai sistemi agricoli locali, oggi messi a dura prova dal conflitto e dalle difficoltà di accesso alle risorse. La crisi sudanese è anzitutto una crisi di cibo: il drastico calo della produzione, la perdita di mezzi di sussistenza e l’indebolimento delle comunità rurali mettono a rischio milioni di persone. In questo contesto, le competenze di AGRISYSTEM – dalle sementi più resilienti ai metodi agricoli sostenibili, dalla gestione del bestiame all’analisi delle produzioni locali – potrebbero offrire un contributo prezioso, fornendo supporto tecnico e scientifico a beneficio delle comunità colpite.
Un secondo ambito riguarda la ricostruzione delle filiere agroalimentari. In un Paese dove il conflitto ha frammentato i mercati e compromesso le vie di approvvigionamento, diventa essenziale ragionare su come renderli nuovamente funzionali. Qui la ricerca può aiutare a individuare soluzioni pratiche: modelli di filiera più resilienti, sistemi di stoccaggio più sicuri, processi di trasformazione adattati al contesto e, soprattutto, strumenti che favoriscano un accesso stabile al cibo anche in condizioni di fragilità.
La terza area è quella della formazione e del trasferimento delle conoscenze, un elemento che si colloca perfettamente nello spirito collaborativo richiamato dal “Piano Africa”. L’idea di costruire percorsi formativi congiunti, lavorare insieme a ricercatori e studenti dei Paesi partner, e investire sul rafforzamento delle competenze locali rappresenta un punto di forza. AGRISYSTEM potrebbe contribuire con programmi formativi in presenza o digitali, percorsi dottorali condivisi, attività di capacity building rivolte a istituzioni, giovani agronomi e operatori dei sistemi alimentari.
Infine, esiste una dimensione trasversale che riguarda l’approccio interdisciplinare allo sviluppo sostenibile. Le crisi contemporanee – climatiche, alimentari, economiche – non possono essere affrontate con soluzioni settoriali. Servono percorsi integrati che considerino insieme gli aspetti ambientali, sociali ed economici. La capacità dell’Università Cattolica di mettere in dialogo discipline diverse può facilitare proprio questo tipo di analisi e contribuire a sviluppare risposte più complete e durature.
In sintesi, le possibilità di collaborazione non mancano: dalla ricerca agricola alla formazione avanzata, dalla ricostruzione delle filiere allo sviluppo sostenibile. L’importante è che ogni iniziativa sia costruita in modo graduale, in coordinamento con gli attori già presenti sul terreno, con un approccio paritetico e con una prospettiva di lungo periodo. Solo così sarà possibile rafforzare la resilienza delle comunità locali e supportare le loro capacità di ripartire, con l’obiettivo ultimo di contribuire a realtà locali più forti e resilienti.