Parte dei consumatori percepiscono l’allevamento animale come fonte di inquinamento, abuso di agro-farmaci, deforestazione e competizione nell’utilizzo delle risorse ed alimenti. Ma spesso, è un approccio non corretto Grazie all’aiuto del dottor Federico Froldi – ricercatore presso il Dipartimento di Scienze animali, della nutrizione e degli alimenti dell’Università Cattolica – proviamo a fornire qualche informazione basata su dati scientifici, nello spirito e nella mission di IRCAF.
Secondo uno studio FAO, l’86% degli alimenti impiegati per l’alimentazione degli animali da reddito non è adatto all’alimentazione umana. Lo stesso studio rivela che dei 2,5 miliardi di ettari di terreni destinati alla produzione di alimenti per il bestiame, il 77% è rappresentato da prati e pascoli che non possono essere convertiti in terreni coltivabili. Queste superfici vengono dunque in parte impiegati per attività di pascolamento di bovini ed ovi-caprini perché non potrebbero avere altro utilizzo.
L’allevamento? Un sistema biologico a economia circolare
La realtà, quindi, è ben diversa dalla percezione, infatti i ruminanti, quali bovini da carne e da latte, così come i monogastrici, ad esempio suini ed avicoli, vengono alimentati con sottoprodotti e co-prodotti dell’industria molitoria ed olearia, come cruscami derivati dalla lavorazione del grano e farine di estrazione di olio di soia, girasole e colza, non entrando quindi in una competizione alimentare diretta con l’uomo.
I sottoprodotti vengono considerati scarti di lavorazione che, se non impiegati in alimentazione animale, andrebbero smaltiti e questo rappresenterebbe una perdita in termini economici e avrebbe un impatto in termini ambientali. Il settore zootecnico li valorizza trasformandoli in prodotti alimentari ad elevato contenuto di nutrienti e proteine. L’allevamento e la conseguente produzione di carne può quindi essere definito un sistema di economia circolare di tipo biologico costituito da flussi di materiali nella biosfera.
Le emissioni zootecniche
Tuttavia, la produzione di carne e l’allevamento in generale, viene ritenuto uno dei principali settori responsabili delle emissioni di gas ad effetto serra, i cosiddetti Greenhouse Gases (GHG), ed altri inquinanti nell’ambiente. Secondo ISPRA il settore agricolo nazionale rappresenta circa l’7.4% delle emissioni di GHG, di questo il 65% derivano dal settore zootecnico all’interno del quale i bovini (latte e carne) rappresentano circa 55-60% delle emissioni, i suini il 15-20%, gli avicoli 8-10% e gli ovi-caprini 5-8% (la restante parte ad altre specie zootecniche minori). Pertanto, a fronte di un effettivo impatto sull’ambiente, questo risulta comunque contenuto in quanto principalmente gli impatti in GHG sono attributi al settore energetico per circa l’80.3%, al settore industriale per il 5.9% e dei rifiuti per il 4.9% (la restante parte riferita ad emissioni indirette residuali).
E da tempo è in corso la mitigazione
Molti studi affermano come l’attività zootecnica rappresenti la fase più impattante all’interno della filiera di produzione della carne, ciononostante è possibile mitigare e ridurre le emissioni legate all’attività agricola e zootecnica. A tal proposito ISPRA riporta una riduzione, nel periodo 1990-2023, di circa il 15% delle emissioni di metano e protossido di azoto, rispettivamente, principali GHG associati all’allevamento animale. Tale trend è la conseguenza di politiche Europee e Nazionali volte ad uno sviluppo di un settore agricolo e dell’allevamento altamente specializzato, in grado di mitigare i propri impatti ambientali, migliorando l’efficienza produttiva e l’utilizzo di risorse.
La rivoluzione n-LCA: al centro l’apporto nutritivo
Il metodo più comune per investigare e comunicare l’impatto ambientale o meglio la prestazione ambientale di un alimento è senza dubbio l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment - LCA). Quest’ultima, normata da standard internazionali ISO, esprime le prestazioni ambientali utilizzando unità funzionali riferite alla massa o volume di prodotto, ma come riportato nel recente documento pubblicato dalla FAO, McLaren et al. (2021), è necessario un approccio differente se in gioco c’è un alimento. Nella valutazione devono essere integrati agli aspetti ambientali anche aspetti nutrizionali in un approccio olistico e inclusivo che metta in evidenza le criticità e proponga soluzioni alternative all’attuale sviluppo del sistema agroalimentare. Vi è pertanto la necessità di esplorare meglio una LCA nutrizionale di tipo quantitativo-qualitativo, ovvero una nutrient-LCA (nLCA), come approccio in grado di integrare le due diverse dimensioni. Nel tentativo di superare le problematiche legate alla produzione di carne e promuovere la transizione verso diete più sane e sostenibili, negli ultimi anni grande attenzione è stata rivolta alle alternative vegetali alla carne, in quanto descritte in letteratura come alimenti più sostenibili. Tuttavia, essi non eguagliano il valore nutrizionale della carne, a causa dell’elevata variabilità delle loro caratteristiche nutrizionali, che dipende dagli ingredienti e dalle formulazioni utilizzate. Le vere sfide oggi sono rappresentate dalla scelta ed utilizzo di unità funzionali che rappresentino al meglio gli aspetti ambientali-nutrizionali della carne e la disponibilità di valori nutrizionali puntuali che alimentino banche dati di processo.
